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Claudio Arezzo PDF Stampa E-mail
 
Claudio Arezzo La scelta di che cosa fare da grandi è stata il risultato di una ricerca del miglior compromesso tra l’attrazione per le materie da studiare e il fascino del mestiere che ne sarebbe seguito. Sull’attrazione delle materie ero nei guai: grande passione per la musica antica e interesse praticamente per tutto. Sul mestiere avevo due sole, ma fondamentali, richieste: uno stipendio dignitoso e libertà di azione e di pensiero anche nella vita quotidiana. Dovetti quindi scartare le opzioni per me più attraenti, la musica, la medicina, la storia. Alcune belle chiaccherate con alcuni colleghi di mio padre, mi convinsero che c’era una strada che soddisfaceva tutti i miei desideri, e così mi iscrissi in fisica (avete presente quei discorsi tipo “per questo lavoro bisogna cominciare a 6 anni, lavorare duro tutta la vita e si guadagna poco, e poi ce la fa 1 su 150 ...” e tu non sai perché ma muori dalla voglia di provarci?). Di lì il passo fu breve. Capii di avere una repulsione (e totale assenza di talento) per i laboratori, e contemporaneamente scoprii la bellezza della matematica vera, profonda. Quella che, tanto per capirci, con un perfido slalom si evita di raccontare nelle scuole (tranne qualche tratto di geometria euclidea).  

È difficile dire cosa si trovi di così fortemente attraente nello studio della matematica pura e il tema ci porterebbe fuori dagli scopi di questo racconto, ma credo che sia utile provarci brevemente. La prima sorpresa è che, al contrario di quello che si pensa comunemente dopo gli studi scolastici, la matematica è un mondo fatto di problemi aperti, molti dei quali anche di semplice enunciazione. La seconda è che la rigidità assoluta delle regole del gioco lascia in realtà un enorme spazio alla creatività del singolo matematico. Il modo di scegliere, enunciare, affrontare e risolvere un problema matematico permette di esprimere pienamente il proprio gusto e la propria personalità, un po' come le altrettanto rigide regole del contrappunto hanno permesso agli uomini di veder fiorire la musica di Corelli, Bach e Mozart.

Col passaggio a matematica al terz’anno mi sentivo a casa mia e non avevo dubbi sul fatto di provare a fare il ricercatore universitario. La breve esperienza fisica, tuttavia, mi aveva lasciato in eredità l’attrazione quasi irrazionale per una materia poco coltivata in Italia, la geometria differenziale. L’attrazione veniva dall’intuire che era il terreno di maggior contatto con la fisica, e che aveva bisogno di una conoscenza profonda di tante parti apparentemente separate di matematica, dall’analisi all’algebra alla geometria algebrica. Le letture classiche in cui il bello era sinonimo di unità avevano lasciato il segno.

Dovevo quindi inventarmi un modo per diventare un buon geometra differenziale. Ottimi consiglieri e maestri mi indirizzarono verso un dottorato inglese. Mi laureai al primo appello nel Luglio del 1992, feci domanda per una borsa di studio al CNR e partii con una certa inconscienza visto che avevo una borsa di sei mesi e mi accingevo a quattro anni di studio, ma non era più tempo di ripensamenti. Grazie all’esperienza di molte persone che avevo incontrato ero convinto che il vero problema fosse “solo” fare un buon lavoro e il resto si sarebbe sistemato. Così fu, e la borsa durò due anni e poi ebbi una borsa europea triennale da usare con grande libertà.

L’esperienza del dottorato inglese fu cruciale. Uno dei vantaggi enormi rispetto al dottorato italiano (di cui avevo già seguito un anno) era che nessuno studente poteva ambire a un posto in quella università. Tutti gli aspetti “politici” e diplomatici erano assenti. Qualunque cosa avessi dimostrato, qualunque cosa di me e del mio settore si pensasse, la mia carriera sarebbe stata altrove. Non c’era che stare seduti su una sedia a studiare, imparare e risolvere qualche buon problema. Anzi cosa ancora più importante, c’era da imparare a inventarsi o a scegliere un buon problema. Non ci sarebbe stato più, da lì a poco, un “capo” a indirizzarti. In più, la possibilità di collaborare e studiare insieme con gli altri studenti non era turbata dalla competizione. Lavorai moltissimo sostenuto da due spinte: volevo dimostrare a me a agli altri che potevo farcela, e capitava con una certa frequenza di leggere un articolo o sentire un seminario e rimanere senza parole dalla bellezza di quello che si era letto o sentito.

Il periodo del dottorato è stato certamente il più intenso della mia formazione (e di tutti quelli che ho conosciuto seguire una strada come la mia). In un contesto difficile, paese straniero, soldi contatissimi, si deve affrontare un tema di ricerca molto difficile (ed è bene che lo sia!) senza avere nessuna certezza di esserne in grado e che cosa succede appena finito. È un vero test contemporaneamente per il talento e per la determinazione a voler andare avanti.
Ebbi la fortuna durante questo periodo di entrare in contatto con alcuni matematici italiani interessati al mio lavoro. Furono incontri molto importanti per la mia cultura matematica e per tenere vivo il desiderio e la possibilità di tornare in Italia.

Da studente “inglese” vidi anche un fenomeno per me inaspettato. Grandi aziende, banche, compagnie finanziarie e assicurative si facevano sotto offrendo stipendi da favola a freschi dottorati in materie purissime e lontanissime dalle applicazioni. Non avevo pensato che questo potesse succedere, ma la cosa non mi tentò. Avevo lavorato troppo per arrivare a potermi finalmente divertire con la matematica, e pensai che almeno qualche anno da ricercatore me lo ero meritato.

Finito il dottorato (inglese ed italiano per il quale scrissi una seconda tesi) e un anno di postdoc in Inghilterra, volevo approfondire una parte della matematica che mi sembrava bellissima e di cui sapevo ancora poco, l’analisi geometrica. Gli Stati Uniti erano la culla di questa materia e decisi di andare a Stanford come postdoc. Per la prima volta ero solo e l’atteggiamento dei professori era cambiato. Da studente di phd tutte le porte erano aperte, tutti erano pronti a spiegarti. Ora ero un professionista e se volevo qualcosa dovevo anche offrire qualcosa (matematicamente parlando, s’intende...). Non fu facile. Comunque lì incontrai i due matematici coi quali collaborai più assiduamente negli anni seguenti, uno di Parigi e uno del MIT. Il secondo mi propose una borsa per andare da lui come postdoc l’anno successivo e accettai. Fu un anno professionalmente splendido. Sentii di aver realizzato il sogno dell’adolescente che si era iscritto in Fisica. Stipendio decente (e a tutt’oggi quello più alto, il che dovrebbe far riflettere ...) e libertà totale di seguire gli enormi stimoli intellettuali a cui si veniva sottoposti quasi quotidianamente.

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Immagine prodotta da K. Polthier, Berlin
Era arrivato il momento di cercare un lavoro stabile. Avevo i miei progetti di ricerca avviati, la mia rete di collaboratori e voglia di tornare vicino alla mia famiglia e ai miei amici. Feci domanda per un assegno di ricerca a Genova e andò bene. Dopo pochi mesi uscì un concorso per professore associato a Parma. Lo vinsi e fui chiamato a lavorare lì dal Febbraio 2000. Nel 2003 ho vinto un concorso da professore ordinario in regime di blocco di assunzioni (fenomeno italiano impossibile da spiegare fuori dal nostro paese) e ho preso servizio alla fine del 2004.

Questo è il racconto dei fatti e di come sono maturati. Vorrei concludere rispondendo ad alcune domande naturali che io e le molte persone che ho incontrato sulla mia strada si fanno o si sentono fare spesso.
La prima è se e quanto disturbi fare con questa intensità un’attività così apertamente “inutile”. Devo essere sincero, ma questo non mi ha mai turbato e non mi nascondo dietro possibili applicazioni di quello che faccio da qui a duecent’anni.
Anzi per me è sempre stata sorprendente questa paura di essere inutili. Un buon test mi pare quello di provare a elencare le 10/20 cose più belle, divertenti, appaganti della propria vita e vedere quante siano state utili. Mi sembra come se svegliandosi al mattino, potendo scegliere se lavare i vetri o suonare una fuga di Bach, la scelta ovvia sia la prima ...

Il rientro in Italia merita poi alcune considerazioni che credo possano interessare i lettori. Prima di tutto il rientro c’è stato per me e per molti miei amici, senza riti di iniziazione. Si sente molto parlare di fuga di cervelli e di un’accademia che non permette l’inserimento di esterni. La fuga dei cervelli, si sarà capito, è, secondo me, un’attività sanissima non per scappare dall’Italia, ma perché è nel cuore della matematica la sua universalità e il suo nutrirsi di idee sviluppate in giro per il mondo. Credo invece che nella matematica il rientro non sia un miraggio a patto di creare dei veri collegamenti scientifici con matematici italiani.
In secondo luogo la mia esperienza è che lavorare seriamente in Italia è più difficile che altrove. L’abnorme peso burocratico di ogni passaggio della nostra vita professionale assorbe molte delle energie che andrebbero spese su un tavolino della biblioteca a studiare o in aula a fare seminari di ricerca. Attività burocratica peraltro che non serve minimamente a selezionare l’eccellenza né didattica né di ricerca.
Inoltre è evidente che nel nostro Paese la ricerca in matematica è vista come un lusso che non ci possiamo permettere. Le risorse calano di anno in anno, sia come fondi di ricerca che come capacità di assorbimento di giovani ricercatori sparsi per il mondo. L’illusione che tagliare i fondi equivalga a tagliare gli sprechi può annidarsi solo tra gli ignoranti. Basta leggere un qualunque libro di storia per sapere che la fame non stimola nessuna virtù, anzi.